Aprile 17, 2008

Nella ricerca sull’ immigrazione ‘censurato’ il fascicolo sui rom

La ricerca sui rom e sinti è stata rinviata. Doveva essere pubblicata assieme agli altri quattro volumi presentati ieri dall’ Ismu, ma è rimandata a data da destinarsi. Ufficialmente perché «non è finita, manca un capitolo» dice il presidente dell’ Ismu Vincenzo Cesareo. Ma c’ è il dubbio che, visto il clima di questi ultimi mesi e il contenuto non proprio a favore delle politiche comunali sui campi rom, il lavoro sia stato volutamente fermato. Per Maurizio Pagani, dell’ Opera nomadi, si tratta di «censura». Il volume raccoglie uno studio qualitativo sulla situazione di sei campi rom di Milano e provincia, regolari e irregolari, tra cui quello di via San Dionigi sgomberato dal Comune nel 2007. Un’ indagine svolta da un gruppo di ricercatori coordinati da Maurizio Ambrosini, docente all’ università Statale, con interviste agli abitanti degli insediamenti, raccolta di articoli di giornale, fotografie e analisi delle associazioni che operano sul territorio. «Una fotografia super partes che prende le distanze dalle polemiche politiche cercando di approfondire dinamiche e processi del fenomeno – spiega Ambrosini – ma che mette in luce come le politiche del Comune siano state talvolta fallimentari. A partire dallo sgombero di San Dionigi che ha mandato a scatafascio tutto il lavoro che si stava facendo per l’ integrazione». Alla Regione non è andata giù, tanto da bloccare la pubblicazione chiedendo un capitolo integrativo con il punto di vista delle istituzioni. «La ricerca non era completa, non strumentalizziamo questo ritardo» taglia corto Cesareo. Ma l’ Opera nomadi attacca: «L’ anno scorso il primo volume sui rom è uscito con gli altri. è chiaro che è stato bloccato perché inopportuno. Ma così si mette in discussione la libertà di ricerca». – (t. m.)

Repubblica — 17 aprile 2008 pagina 3 sezione: Milano

Aprile 2, 2008

Raso al suolo il campo rom

Le critiche della diocesi “Si è scesi sotto i limiti dei diritti umani: sì alla legalità ma anche all´assistenza”

di Alessia Gallone

Alla fine il campo rom di via Bovisasca non c´è più: oltre 150 baracche distrutte e gli ultimi rimasti, una sessantina tra uomini, donne e bambini, allontanati da vigili, poliziotti e carabinieri, in tutto un centinaio. «Uno sgombero elettorale», accusa il segretario della Cgil, Onorio Rosati, che insieme ad altre associazioni come Caritas, Arci, Acli e Casa della Carità rinuncia all´incontro fissato proprio ieri pomeriggio in prefettura per affrontare il problema e chiede un altro vertice «per discutere della situazione dell´intera Provincia e di soluzioni strutturali».

Ma la reazione più dura arriva dalla Curia, che ammonisce: «Gli sgomberi non sono la soluzione. La legalità è sacrosanta ma l´impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?». Parole forti, quelle dell´editoriale pubblicato sul sito della Diocesi. Articolo non firmato, ma sicuramente sottoposto al vaglio del cardinale Dionigi Tettamanzi e discusso col direttore di Caritas, don Roberto Davanzo, e don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità. Dalla Curia un appello: «È urgente la costituzione di un luogo istituzionale per governare il problema. Per le amministrazioni è obbligatorio tutelare i minori». Fino all´augurio: «Che il clamore e i festeggiamenti per l´Expo non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là i drammi di questa città».

Per il prefetto Gian Valerio Lombardi quello di via Bovisasca «non è stato uno sgombero vero e proprio, ma un´operazione graduale con una forte opera di sensibilizzazione della polizia per cercare di convincere nel tempo queste persone a lasciare un´area non salutare». Alla Curia replica il vicesindaco Riccardo De Corato che, per risolvere la situazione, chiede rimpatri coatti selettivi con pene di 10 anni da scontare nelle carceri del proprio Paese: «Non c´è stata alcuna violazione dei diritti umani. Perché dobbiamo pensare ad alternative per chi occupa abusivamente un´area? E perché dovrebbe farlo solo il Comune quando ci sono altre istituzioni pubbliche che hanno risorse e immobili da mettere a disposizione? Non è stato uno sgombero, ma un allontanamento perché in quel caso avremmo dovuto accogliere donne e bambini e non abbiamo più posti».

Poche ore dopo via Bovisasca, ci sono stati altri “allontanamenti”: in via Colico e in via Porretta, a Quarto Oggiaro, dove sono state demolite altre 30 baracche, molte delle quali appena ricostruite, e 130 persone sono state mandate via. «Magari le ritroveremo in via Dudovich – dice De Corato – dove c´è un altro grosso campo. Anche di questo dovremo parlare nella riunione sulla sicurezza in prefettura». E proprio in via Dudovich, il leghista Matteo Salvini annuncia che andrà la prossima settimana con gli iscritti all´associazione “Milano sicura”: «Speriamo che gli sgomberi in Bovisa siano solo l´inizio».

La Repubblica, 2 aprile 2008.

Aprile 2, 2008

Le donne Rom: “Stop ai figli”

A quindici anni sono già sposate e hanno dei figli. Alle soglie dei trenta contano famiglie anche di dieci elementi. Per le donne Rom crescere una prole numerosa è motivo di orgoglio e simbolo di potenza all´interno della comunità della Favorita che conta quattrocento persone. Una benedizione divina da accettare con gioia.

Ma i valori della loro cultura si scontrano con la vita quotidiana del campo nomadi, fatta di stenti e di espedienti per sopravvivere, oltre che con l´inevitabile necessità di ricercare l´integrazione.
Così, soprattutto fra le giovanissime, nate e cresciute in città, comincia a diffondersi la cultura della prevenzione della gravidanza. Una delle strutture sanitarie di riferimento per la comunità Rom è l´ambulatorio per gli immigrati dell´Ausl 6 in via Massimo D´Azeglio che oltre alle prestazioni nella struttura, offre un servizio “domiciliare”, due volte alla settimana, direttamente al campo della Favorita. «Lavoriamo molto con le donne Rom sulla cultura della prevenzione – dice Lorella Vassallo, dottoressa dell´ambulatorio di medicina generale – Sempre nel rispetto totale della loro cultura di origine. Certamente è in atto un processo di sensibilizzazione su questo tema e adesso sono le stesse donne della comunità a informarsi sui metodi contraccettivi e, piano piano, iniziano a utilizzarli. Vogliono avere figli e sono consapevoli delle loro gravidanze, ma sanno anche di potere intervenire per non averne. Certo, si tratta di un processo lento di cui vedremo frutti più significativi fra alcuni anni».
Loro, le Rom confermano: «Ho due bambini – dice una ragazza di venticinque anni proveniente dall´ex-Jugoslavia, al campo nomadi da dieci anni – Non ho intenzione di avere altri figli. Come farei a crescerli? Andrò all´ambulatorio a chiedere qualche consiglio».
Anche Irina che all´età di ventisette anni, aspetta il quinto figlio promette che sarà l´ultimo: «Avrei voluto un´altra vita per i miei bambini – dice la ragazza – E qui al campo non hanno speranze di avere un futuro. Così ho deciso che dopo questa nascita mi farò mettere la spirale e starò a posto per molti anni». E c´è anche chi adotterà una soluzione definitiva: «Questo che aspetto è l´ottavo – dice Samira che vive nella parte ortodossa del campo – Sono stanca, vado in giro tutto il giorno a chiedere l´elemosina per raccogliere pochi euro e dare da mangiare ai miei figli. Ho deciso di sottopormi a un intervento per chiudere le tube ed evitare future gravidanze».
Se fra le motivazioni quella più determinante rimane la mancanza di mezzi economici e l´impossibilità di crescere i figli in un contesto sano, inizia a farsi strada anche il desiderio di avvicinarsi alla cultura del territorio che le ospita: «È capitato – racconta la Vassallo – che qualche donna ci dicesse “voglio avere soltanto due figli come voi” Ma principalmente le donne che possono contare soltanto sull´elemosina e che hanno serie difficoltà a trovare un lavoro stabile, non sanno come sfamare tutta la famiglia». È il caso di Vera. sposata da due anni che ha in programma di non avere più di un paio di figli: «Non mi piace vivere così – dice – E non voglio crescere i miei figli al campo in queste condizioni. Ne metterò al mondo due perché non avere figli è troppo brutto. Poi però prenderò la pillola».
Il metodo contraccettivo più diffuso fra le donne Rom, rimane comunque l´applicazione dello Iud (Intra uterine device), comunemente noto come spirale, perché è più sicuro e non richiede la costanza e la disciplina di assunzione della pillola anticoncezionale: «È importante capire che tutto questo processo si basa su un rapporto di fiducia che si è costruito negli anni fra le pazienti e la struttura sanitaria – dice Anna Maria Maggio, medico dell´ambulatorio – Oggi le donne Rom si rivolgono a noi con grande apertura e da parte nostra c´è la disponibilità ad ascoltare le loro esigenze e a comprendere la loro diversità culturale».
Il consultorio familiare che si trova nella stessa struttura di via D´Azeglio, nel corso del tempo, ha visto evolversi questo processo: «Qualcosa sta cambiando – dice Gabriella Ferruzza, medico del consultorio familiare – Cinque anni fa le donne Rom che si facevano applicare la spirale tornavano dopo un mese perché volevano toglierla. Oggi la tengono per il periodo previsto di cinque anni. Sono soprattutto le più giovani che hanno già avuto qualche figlio a decidere di intervenire sulle future gravidanze. Nella comunità sta crescendo la consapevolezza di una vita sessuale più responsabile, e in riferimento alla donna, si inizia a delineare una sessualità più libera e autonoma anche rispetto al ruolo dell´uomo. Si tratta di un processo culturale importante, ma ancora agli inizi. Anche l´interruzione volontaria della gravidanza che era considerata assolutamente un tabù fino a poco tempo fa, in alcuni casi oggi viene richiesta dalle donne Rom soprattutto per motivi socio-(02 aprile 2008)
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economici o perché è passato poco tempo da una gravidanza precedente».

Claudia Brunetto su La Repubblica-Palermo, 2 aprile 2008.

Marzo 3, 2008

Aspetti della cultura rom

Quale che sia il loro etnonimo, le comunità rom hanno una cosa in comune: il concepirsi in contrapposizione a coloro che non sono rom. Gagé è il termine che indica tutti i non Rom. Nella visione del mondo dei Rom, esistono due universi, quello dei Rom (them romanò, mondo dei Rom) e quello dei gagé. Due mondi nettamente contrapposti, che tuttavia sono costantemente a contatto. I Rom vivono negli spazi lasciati liberi dai gagé, si accampano nelle periferie, ai margini dell’abitato, nelle terre di nessuno, e tuttavia devono frequentare i centri abitati per lavorare, mendicare, vendere. Il piccolo mondo rom è inglobato nel più vasto e solido mondo dei gagé, che spesso lo travolge. I Rom reagiscono con una serie di pratiche di resistenza ed adattamento. Tra queste, quella che l’antropologo Leonardo Piasere chiama degagizzazione: i Rom fanno propri cose che appartengono alla cultura dei gagé, ma non senza averle opportunamente modificate, rendendole compatibili con lo spirito rom. Così, ad esempio, le case, quando vengono acquistate, non soppiantano la roulotte, che resta il luogo nel quale si dorme; la roulotte stessa viene modificata, eliminando il bagno interno. Continua a leggere →

Febbraio 29, 2008

Il parlamento europeo contro le violazioni dei diritti dei Rom

31 gennaio 2008 : Con 510 voti favorevoli, 36 contrari e 67 astensioni il Parlamento Europeo approva una risoluzione per l’elaborazione di una politica di livello comunitario contro le violazioni dei diritti umani e le discriminazioni razziali perpetrate nei confronti dei circa 10 milioni di Rom che vivono nei territori comunitari, tanto da parte tanto dei singoli cittadini quanto degli stati nazionali. Continua a leggere →

Febbraio 25, 2008

Le identità rom

I Rom, che l’opinione pubblica accomuna con il termine più o meno spregiativo di zingari e che spesso gli operatori dell’informazione confondono con i rumeni, costituiscono un universo di identità nel quale può essere non facile orientarsi; identità, è bene precisare subito, che se hanno differenze, sono tuttavia accomunate da tratti di fondo legati agli stili di vita, quando non dalla lingua parlata.
Secondo l’antropologo Leonardo Piasere è possibile tracciare una linea immaginaria che va da Helsinki a Roma, tagliando in due l’Europa (e l’Italia: la linea divide grosso modo l’Italia del nord da quella da Roma in giù). Ad est di questa linea troviamo popolazioni che si definiscono Rom. Ad ovest la situazione è più complessa: vi sono sinti, manush, kale, romanicels, travellers, jenische, caminanti, rudari… Vediamo chi sono. Continua a leggere →

Febbraio 25, 2008

La Buona Ventura

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La Buona Ventura di Caravaggio è un quadro di cui esistono due versioni. La prima (in alto) è stata dipinta nel 1593-1594 ed è oggi conservata alla Pinacoteca Capitolina di Roma; la seconda (in basso) è stata dipinta nel 1596-97. Il quadro rappresenta una zingara che, mentre legge la mano ad un giovane soldato, gli sfila abilmente l’anello. Secondo un biografo, Caravaggio avrebbe invitato a posare per il quadro una zingara che passava per caso per strada. Il dipinto è una precoce espressione dell’immaginario della zingara dedita al furto e anche – soprattutto nella prima versione – ammaliatrice, capace di incantare ed ingannare.

Febbraio 17, 2008

La storia dei Rom: una cronologia essenziale

Le origini

250-650 d.C.: In questo ampio arco di tempo alcune popolazioni dell’India nord-occidentale si spostarono in Persia (l’attuale Iran). Molto probabilmente queste popolazioni si erano già spostate dall’India centrale (come lascia supporre la presenza nella lingua romanì di alcuni elementi comuni alle lingue dell’India centrale). Difficile dire cosa abbia indotto i primi Rom a spostarsi verso la Persia. Probabilmente furono la povertà o la guerra. In Persia vennero chiamati Dom, con una parola indiana che significa “uomo” e da cui deriva il termine Rom. Continua a leggere →

Febbraio 11, 2008

Le origini mitiche dei Rom

Tutti i popoli hanno storie sulle origini del mondo e dell’umanità; origini che, il più delle volte, corrispondono con l’origine del popolo stesso, creato da Dio e investito di qualche missione presso gli altri popoli. Anche i Rom hanno le loro. Si tratta di storie che spesso rappresentano la modifica di storie e miti dei popoli con cui sono entrati in contatto, che i Rom hanno curvato e adattato alla propria condizione storica ed esistenziale. Da esse traspare il disagio di un popolo vittima di una persecuzione secolare, che tende ad attribuirsi una colpa metafisica o storica per spiegare a sé stesso questo accanimento. Una di queste storie, ad esempio, racconta che i Rom in origine erano uccelli. Un giorno trovarono un campo pieno di cibo. Mangiarono quel giorno, ed il giorno seguente, e quello dopo ancora, finché non furono più in grado di riprendere il volo. Giunse l’inverno, le ali si seccarono e diventarono ali: e gli uccelli diventarono uomini. Uomini Rom. Continua a leggere →

Febbraio 10, 2008

Una premessa: tre modi di vedere

Vi sono tre modi di considerare un popolo diverso dal nostro. Il primo è, senz’altro, il pregiudizio, il quale (ne riparleremo) ha il suoi vantaggi. Il pregiudizio semplifica le cose, rende il mondo più comprensibile, meglio dominabile dalla conoscenza. Non è detto che il pregiudizio sia sempre pericoloso e negativo. Esistono anche pregiudizi positivi, che ci inducono ad essere benevoli verso una carta categorie di persone. In italia, ad esempio, abbiamo pregiudizi positivi verso gli americani. In molti altri casi, però, il pregiudizio è l’anticamera della discriminazione, quando non del vero e proprio odio sociale. Continua a leggere →