Una premessa: tre modi di vedere

Vi sono tre modi di considerare un popolo diverso dal nostro. Il primo è, senz’altro, il pregiudizio, il quale (ne riparleremo) ha il suoi vantaggi. Il pregiudizio semplifica le cose, rende il mondo più comprensibile, meglio dominabile dalla conoscenza. Non è detto che il pregiudizio sia sempre pericoloso e negativo. Esistono anche pregiudizi positivi, che ci inducono ad essere benevoli verso una carta categorie di persone. In italia, ad esempio, abbiamo pregiudizi positivi verso gli americani. In molti altri casi, però, il pregiudizio è l’anticamera della discriminazione, quando non del vero e proprio odio sociale. Un secondo modo è un po’ più complesso. Ci si prende la briga di conoscere un po’ meglio le istituzioni, gli usi, le tradizioni, la cultura di un popolo, e tuttavia queste istituzioni, questa cultura sono giudicati in base alle nostre istituzioni ed alla nostra cultura, considerati come universalmente validi. Anche questo modo di procedere porta all’incomprensione. Non manca, spesso, la voglia sincera di conoscere. Manca la disponibilità ad abbandonare, anche solo per un momento, il proprio punto di vista, la capacità di decentrarsi, di immedesimarsi, di far proprio un punto di vista altro. Il terzo modo consiste appunto in questo: considerare la cultura e le istituzioni di un popolo dall’interno, per così dire, sforzandosi di capire il loro valore e il loro senso, senza giudicarli in base a criteri esterni.
Ricorrendo ai termini dell’antropologia, si può definire etico il secondo modo di procedere, ed etico il terzo. Il punto di vista etico non giudica, ma comprende. Non si affretta a invocare i diritti universali per condannare, ad esempio, la sottomissione della donna in una data cultura, ma si chiede che significato può avere quella sottomissione per quella cultura e per quella società, se si tratta di sottomissione vera e, da ultimo, se non vi siano forme di sottomissione anche più gravi nella nostra cultura.
Come si vede, il terzo modo, oltre ad essere difficile, comporta qualche rischio. C’è il pericolo di giungere all’estremo opposto: non solo non si giudica e critica più una cultura altra, ma si finisce per accettare tutto di essa, anche ciò che è oggettivamente inaccettabile. Si rischia, cioè, un relativismo totale. Ma questo rischio non deve diventare un alibi per la nostra pigrizia. Le pratiche culturali realmente, oggettivamente inaccettabili sono poche, e riguardano la violazione di diritti irrinunciabili come il diritto alla vita o all’integrità corporea. Tale è, ad esempio, la pratica dell’infibulazione, di cui si può forse comprendere il senso all’interno di una data cultura, ma che è impossibile non condannare. Tale è l’assassinio di donne, di omosessuali, di atei in altre culture. Molte altre pratiche appaiono discutibili o repellenti al nostro modo di vedere, ma è difficile dimostrare che siano oggettivamente condannabili. Per molti musulmani, il velo non è una cosa imposta alle donne, ma un modo per difenderle dalla invadenza della sessualità maschile. E’, questo, un modo di vedere diffuso anche presso le donne musulmane. Il fatto che un paese musulmano aperto all’influsso occidentale come l’Egitto sia anche un paese dove le donne, che non sono obbligate al velo, subiscono sistematiche molestie e violenze sessuali sul posto di lavoro (una situazione documentata dallo scrittore ‘Ala Al-Aswani in Palazzo Yacoubian, il più importante best-seller del mondo arabo, pubblicato in Italia da Feltrinelli), sembra dar loro ragione. E certo noi italiani abbiamo poco da insegnare in fatto di rispetto delle donne, considerando che in Italia, secondo dati ISTAT, sei milioni e mezzo di donne hanno subito una violenza fisica e/o sessuale.
Nella nostra ricerca dei Rom cercheremo di guardare le cose da un punto di vista interno, senza giudizi affrettati né condanne in base ai sacri diritti e agli inviolabili princìpi di qualche pretesa etica universale.

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1 Commento

Archiviato in Antropologia

Una risposta a “Una premessa: tre modi di vedere

  1. m. ludovica de dominicis

    A propostito di pregiudizio, ecco una recente indagine sulle discriminazioni razziali nel nostro paese, che risultano essere particolarmente aspre verso due popoli su tutti: rom e musulmani.
    Colpisce il dato sulla scuola, che fa comprendere l’attualità, l’utilità e l’importanza del progetto che si accompagna a questo bellissimo blog.

    “Immigrazione – Italia razzista con Rom e islamici
    da Consozioparsifal.it del 21 gennaio 2008
    L’ultimo rapporto Raxen sulle discriminazioni razziali boccia l’Italia, paese ricco di stereotipi sugli immigrati. Il rapporto, presentato da Cospe a Firenze il 18 gennaio, segue le anticipazioni europee dello scorso agosto. Da tutti i sondaggi condotti nel 2006, emerge l’equazione “immigrato=criminale”. Le due categorie più colpite sono Rom e musulmani. Cinque le aree tematiche del rapporto: educazione, occupazione, alloggio, legislazione, violenza e crimini razzisti.

    Lavoro. Il tasso di occupazione della popolazione immigrata registra divari fra Nord e Sud (maggiore a Nord) e tra maschi e femmine (più alto tra i maschi). I settori in cui gli immigrati trovano maggiori sbocchi lavorativi sono agricoltura, assistenza domestica ed edilizia. Gli stranieri nel settore agricolo sono 200/300mila unità (20-30% del totale). Nel settore assistenziale la partecipazione delle donne immigrate è un fenomeno strutturale ed è stimata intorno al mezzo milione (circa i 3/4 del totale). Netta la prevalenza di donne dell’Europa dell’Est.

    Nel settore sanitario, non potendo essere assunti da enti pubblici a causa del requisito della cittadinanza italiana, gli infermieri immigrati lavorano in strutture pubbliche con contratti stipulati da agenzie di lavoro o da cooperative a cui vengono appaltati dalle Aziende sanitarie locali servizi ospedalieri ed extraospedalieri. Per quanto riguarda l’edilizia, nel 2004 i lavoratori immigrati iscritti alla Cassa Edile costituivano il 18,6% del totale.

    Lavoro nero: stimata dall’Istat attorno al 60% con punte dell’80% al Sud. Morti bianche: si registra una media di 330-350 morti l’anno, come uno dei settori a maggior rischio infortunistico. Il 15% degli iscritti alle agenzie per il lavoro (650 mila lavoratori), è costituito da immigrati. Il processo di sindacalizzazione dei lavoratori immigrati ha subìto una forte accelerazione: in 3 anni gli iscritti alle principali confederazioni sono quasi raddoppiati, da circa 237mila a circa 440mila.

    Istruzione. Si registra un crescente livello di razzismo e intolleranza fra gli studenti della scuola secondaria superiore, in particolare contro “neri”, “zingari” ed “ebrei”. Per il 2006, i dati non pubblicati forniti dall’Unar indicano che il 7,4 % dei casi di discriminazione registrati nei primi nove mesi dell’anno sono nel settore dell’istruzione (nel 2005 era pari al 3,5%). Accanto ai dati del Ministero, molti uffici scolastici regionali hanno iniziato a raccogliere informazioni sugli studenti non italiani e a realizzare ricerche qualitative e quantitative sul tema. La percentuale di studenti stranieri nelle scuole italiane è del 4,8% del totale della popolazione scolastica.

    Alloggio. In cinque anni gli acquisti di case sono più che quadruplicati. Il 90% degli immigrati che hanno comprato casa nel corso del 2005 si è orientato verso abitazioni di livello medio-basso. Molti immigrati si trasferiscono a vivere in aree abbandonate dagli italiani. Secondo una ricerca del Censis, la quota di immigrati proprietari di casa è pari all’11,8% sul totale dei cittadini stranieri residenti, mentre il 72,1% vive in affitto, il 7,5% è ospite presso parenti e amici, il 6,8% vive nel luogo di lavoro.

    Violenza e crimini razzisti. Fonte Istat: nel 2004, su 3.438 chiamate, 282 sono state reputate attinenti a casi di discriminazione razzista, sui quali gli esperti sono intervenuti. Sul totale dei casi trattati, il 43,3% (122 casi) è costituito da molestie. Tra gli immigrati che denunciano di aver subito atti di intolleranza, i “neri” africani sono i più numerosi (37,6%). Il 29,4% delle denunce sono state fatte da italiani, testimoni di atti di discriminazione. Le regioni dalle quali arrivano più denunce sono quelle del Nord (circa 33%).

    Fonte:
    http://www.meltingpot.org/articolo12004.html

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