Le donne Rom: “Stop ai figli”

A quindici anni sono già sposate e hanno dei figli. Alle soglie dei trenta contano famiglie anche di dieci elementi. Per le donne Rom crescere una prole numerosa è motivo di orgoglio e simbolo di potenza all´interno della comunità della Favorita che conta quattrocento persone. Una benedizione divina da accettare con gioia.

Ma i valori della loro cultura si scontrano con la vita quotidiana del campo nomadi, fatta di stenti e di espedienti per sopravvivere, oltre che con l´inevitabile necessità di ricercare l´integrazione.
Così, soprattutto fra le giovanissime, nate e cresciute in città, comincia a diffondersi la cultura della prevenzione della gravidanza. Una delle strutture sanitarie di riferimento per la comunità Rom è l´ambulatorio per gli immigrati dell´Ausl 6 in via Massimo D´Azeglio che oltre alle prestazioni nella struttura, offre un servizio “domiciliare”, due volte alla settimana, direttamente al campo della Favorita. «Lavoriamo molto con le donne Rom sulla cultura della prevenzione – dice Lorella Vassallo, dottoressa dell´ambulatorio di medicina generale – Sempre nel rispetto totale della loro cultura di origine. Certamente è in atto un processo di sensibilizzazione su questo tema e adesso sono le stesse donne della comunità a informarsi sui metodi contraccettivi e, piano piano, iniziano a utilizzarli. Vogliono avere figli e sono consapevoli delle loro gravidanze, ma sanno anche di potere intervenire per non averne. Certo, si tratta di un processo lento di cui vedremo frutti più significativi fra alcuni anni».
Loro, le Rom confermano: «Ho due bambini – dice una ragazza di venticinque anni proveniente dall´ex-Jugoslavia, al campo nomadi da dieci anni – Non ho intenzione di avere altri figli. Come farei a crescerli? Andrò all´ambulatorio a chiedere qualche consiglio».
Anche Irina che all´età di ventisette anni, aspetta il quinto figlio promette che sarà l´ultimo: «Avrei voluto un´altra vita per i miei bambini – dice la ragazza – E qui al campo non hanno speranze di avere un futuro. Così ho deciso che dopo questa nascita mi farò mettere la spirale e starò a posto per molti anni». E c´è anche chi adotterà una soluzione definitiva: «Questo che aspetto è l´ottavo – dice Samira che vive nella parte ortodossa del campo – Sono stanca, vado in giro tutto il giorno a chiedere l´elemosina per raccogliere pochi euro e dare da mangiare ai miei figli. Ho deciso di sottopormi a un intervento per chiudere le tube ed evitare future gravidanze».
Se fra le motivazioni quella più determinante rimane la mancanza di mezzi economici e l´impossibilità di crescere i figli in un contesto sano, inizia a farsi strada anche il desiderio di avvicinarsi alla cultura del territorio che le ospita: «È capitato – racconta la Vassallo – che qualche donna ci dicesse “voglio avere soltanto due figli come voi” Ma principalmente le donne che possono contare soltanto sull´elemosina e che hanno serie difficoltà a trovare un lavoro stabile, non sanno come sfamare tutta la famiglia». È il caso di Vera. sposata da due anni che ha in programma di non avere più di un paio di figli: «Non mi piace vivere così – dice – E non voglio crescere i miei figli al campo in queste condizioni. Ne metterò al mondo due perché non avere figli è troppo brutto. Poi però prenderò la pillola».
Il metodo contraccettivo più diffuso fra le donne Rom, rimane comunque l´applicazione dello Iud (Intra uterine device), comunemente noto come spirale, perché è più sicuro e non richiede la costanza e la disciplina di assunzione della pillola anticoncezionale: «È importante capire che tutto questo processo si basa su un rapporto di fiducia che si è costruito negli anni fra le pazienti e la struttura sanitaria – dice Anna Maria Maggio, medico dell´ambulatorio – Oggi le donne Rom si rivolgono a noi con grande apertura e da parte nostra c´è la disponibilità ad ascoltare le loro esigenze e a comprendere la loro diversità culturale».
Il consultorio familiare che si trova nella stessa struttura di via D´Azeglio, nel corso del tempo, ha visto evolversi questo processo: «Qualcosa sta cambiando – dice Gabriella Ferruzza, medico del consultorio familiare – Cinque anni fa le donne Rom che si facevano applicare la spirale tornavano dopo un mese perché volevano toglierla. Oggi la tengono per il periodo previsto di cinque anni. Sono soprattutto le più giovani che hanno già avuto qualche figlio a decidere di intervenire sulle future gravidanze. Nella comunità sta crescendo la consapevolezza di una vita sessuale più responsabile, e in riferimento alla donna, si inizia a delineare una sessualità più libera e autonoma anche rispetto al ruolo dell´uomo. Si tratta di un processo culturale importante, ma ancora agli inizi. Anche l´interruzione volontaria della gravidanza che era considerata assolutamente un tabù fino a poco tempo fa, in alcuni casi oggi viene richiesta dalle donne Rom soprattutto per motivi socio-(02 aprile 2008)
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economici o perché è passato poco tempo da una gravidanza precedente».

Claudia Brunetto su La Repubblica-Palermo, 2 aprile 2008.

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