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Schedatura etnica

Sucar Drom pubblica una lettera di Giorgio Bezzecchi, un rom milanese del campo di via Impastato, figlio e nipote di persone internate nei campi di concentramento. Come tutti gli appartenenti alla sua comunità, Bezzecchi è stato sottoposto ad un umiliante, inutile, assurdo ed incivile procedimento di schedatura, attuato dal prefetto con i nuovi poteri forniti dal Governo, e svoltosi nel silenzio assordante della cosiddetta società civile.

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A che serve una stella?

Il Comune di Manfredonia, Assessorato alle Politiche Sociali, e l’ISISS “A. G. Roncalli” organizzano per il 30 maggio prossimo una giornata di studio, riflessione e conoscenza dedicata ai Rom. La giornata prevede due momenti: una tavola rotonda ed uno spettacolo di musica e danza rom.
Di seguito il programma dettagliato.

“A che serve una stella?”
Una giornata per i Rom

Manfredonia, 30 maggio 2008

Tavola Rotonda

Intervengono:

Paolo Cascavilla, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Manfredonia
Maria Aida Episcopo, Dirigente Scolastico ISISS “Roncalli”
Antonio Vigilante, docente ISISS “Roncalli”
Antonio Scopelliti, responsabile settore sanitario Opera Nomadi di Foggia
Antonio Vannella, presidente Opera Nomadi di Foggia
Habib Sghaier, presidente Associazione Comunità Straniere in Italia
Samanta Amet, mediatrice culturale
Michele Illiceto, filosofo

Ore 18.00, Auditorium di Palazzo dei Celestini

Spettacolo di musica e danza rom

Con i Ziganamama e Natalia Bonanese.

Ore 20.30, chiostro di Palazzo San Domenico. Ingresso gratuito.
La cittadinanza è invitata.

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Le Ue: “No alle violenze sui rom”, ma L’Italia finisce sotto accusa

di Claudia Fusani

ROMA – Basta coi discorsi. E l’ora di passare a fatti concreti. Finora, per ammissione dello stesso ministro europeo Vladimir Spidla “assai scarsi sul fronte dell’integrazione e della difesa delle minoranze”, quella Romanì, cioè rom, prima di tutte. Così, alla fine di due giorni di dibattito – cominciato ieri in Commissione e approdato oggi all’assemblea plenaria di Strasburgo – prendono forma l’impegno per una direttiva europea “contro ogni tipo di discriminazione” e la promessa di un’azione di “agevolazione e coordinamento europeo delle politiche nazionali per l’integrazione delle minoranze soprattutto quella rom”. Il documento sarà pronto a giugno. Continua a leggere

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Sedicenne rom ruba e rischia il linciaggio

Un episodio di cronaca in cui risalta la sproporzione tra il reato e la punizione: un tentato linciaggio di una ragazzina di soli sedici anni, per il furto di un paio di orecchini. Un episodio che è frutto del clima di odio razziale nei confronti dei Rom che sta montando da qualche mese, al quale la campagna elettorale ha dato un contributo non trascurabile. [a. v.]

IL FURTO di un paio di orecchini scatena la rabbia della vittima e dei vicini. La piccola ladra viene bloccata, insultata, trattenuta dalla gente che non la fa scappare. Rischia il linciaggio. Esasperazione, forse una vena di razzismo contro i nomadi. Perché la ragazzina di sedici anni è una rom che si è appena intrufolata in un appartamento per rubare. Poco dopo diventa lei la vittima della folla, mentre le grida e gli insulti attirano l’ attenzione di alcuni poliziotti che la salvano dalle botte per poi arrestarla. è successo in via Viscardi a Ponticelli. La ragazzina rom era entrata in un appartamento al piano terra per rubare convinta che non ci fosse nessuno. Invece la padrona di casa era in un’ altra stanza, e all’ improvviso le è piombata alle spalle, quando la nomade aveva già afferrato un paio di orecchini d’ oro. La sedicenne è quindi scappata, ma la vittima del furto l’ ha rincorsa invocando aiuto. E in breve i vicini hanno capito cosa stava accadendo e hanno bloccato la giovane insultandola e strattonandola. Una situazione destinata a degenerare e placata dagli agenti del vice questore Luciano Nigro, che hanno recuperato gli orecchini per restituirli alla proprietaria. Quindi hanno condotto la nomade in un centro di prima accoglienza.

Repubblica — 25 aprile 2008 pagina 9 sezione: Napoli

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Nella ricerca sull’ immigrazione ‘censurato’ il fascicolo sui rom

La ricerca sui rom e sinti è stata rinviata. Doveva essere pubblicata assieme agli altri quattro volumi presentati ieri dall’ Ismu, ma è rimandata a data da destinarsi. Ufficialmente perché «non è finita, manca un capitolo» dice il presidente dell’ Ismu Vincenzo Cesareo. Ma c’ è il dubbio che, visto il clima di questi ultimi mesi e il contenuto non proprio a favore delle politiche comunali sui campi rom, il lavoro sia stato volutamente fermato. Per Maurizio Pagani, dell’ Opera nomadi, si tratta di «censura». Il volume raccoglie uno studio qualitativo sulla situazione di sei campi rom di Milano e provincia, regolari e irregolari, tra cui quello di via San Dionigi sgomberato dal Comune nel 2007. Un’ indagine svolta da un gruppo di ricercatori coordinati da Maurizio Ambrosini, docente all’ università Statale, con interviste agli abitanti degli insediamenti, raccolta di articoli di giornale, fotografie e analisi delle associazioni che operano sul territorio. «Una fotografia super partes che prende le distanze dalle polemiche politiche cercando di approfondire dinamiche e processi del fenomeno – spiega Ambrosini – ma che mette in luce come le politiche del Comune siano state talvolta fallimentari. A partire dallo sgombero di San Dionigi che ha mandato a scatafascio tutto il lavoro che si stava facendo per l’ integrazione». Alla Regione non è andata giù, tanto da bloccare la pubblicazione chiedendo un capitolo integrativo con il punto di vista delle istituzioni. «La ricerca non era completa, non strumentalizziamo questo ritardo» taglia corto Cesareo. Ma l’ Opera nomadi attacca: «L’ anno scorso il primo volume sui rom è uscito con gli altri. è chiaro che è stato bloccato perché inopportuno. Ma così si mette in discussione la libertà di ricerca». – (t. m.)

Repubblica — 17 aprile 2008 pagina 3 sezione: Milano

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Raso al suolo il campo rom

Le critiche della diocesi “Si è scesi sotto i limiti dei diritti umani: sì alla legalità ma anche all´assistenza”

di Alessia Gallone

Alla fine il campo rom di via Bovisasca non c´è più: oltre 150 baracche distrutte e gli ultimi rimasti, una sessantina tra uomini, donne e bambini, allontanati da vigili, poliziotti e carabinieri, in tutto un centinaio. «Uno sgombero elettorale», accusa il segretario della Cgil, Onorio Rosati, che insieme ad altre associazioni come Caritas, Arci, Acli e Casa della Carità rinuncia all´incontro fissato proprio ieri pomeriggio in prefettura per affrontare il problema e chiede un altro vertice «per discutere della situazione dell´intera Provincia e di soluzioni strutturali».

Ma la reazione più dura arriva dalla Curia, che ammonisce: «Gli sgomberi non sono la soluzione. La legalità è sacrosanta ma l´impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?». Parole forti, quelle dell´editoriale pubblicato sul sito della Diocesi. Articolo non firmato, ma sicuramente sottoposto al vaglio del cardinale Dionigi Tettamanzi e discusso col direttore di Caritas, don Roberto Davanzo, e don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità. Dalla Curia un appello: «È urgente la costituzione di un luogo istituzionale per governare il problema. Per le amministrazioni è obbligatorio tutelare i minori». Fino all´augurio: «Che il clamore e i festeggiamenti per l´Expo non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là i drammi di questa città».

Per il prefetto Gian Valerio Lombardi quello di via Bovisasca «non è stato uno sgombero vero e proprio, ma un´operazione graduale con una forte opera di sensibilizzazione della polizia per cercare di convincere nel tempo queste persone a lasciare un´area non salutare». Alla Curia replica il vicesindaco Riccardo De Corato che, per risolvere la situazione, chiede rimpatri coatti selettivi con pene di 10 anni da scontare nelle carceri del proprio Paese: «Non c´è stata alcuna violazione dei diritti umani. Perché dobbiamo pensare ad alternative per chi occupa abusivamente un´area? E perché dovrebbe farlo solo il Comune quando ci sono altre istituzioni pubbliche che hanno risorse e immobili da mettere a disposizione? Non è stato uno sgombero, ma un allontanamento perché in quel caso avremmo dovuto accogliere donne e bambini e non abbiamo più posti».

Poche ore dopo via Bovisasca, ci sono stati altri “allontanamenti”: in via Colico e in via Porretta, a Quarto Oggiaro, dove sono state demolite altre 30 baracche, molte delle quali appena ricostruite, e 130 persone sono state mandate via. «Magari le ritroveremo in via Dudovich – dice De Corato – dove c´è un altro grosso campo. Anche di questo dovremo parlare nella riunione sulla sicurezza in prefettura». E proprio in via Dudovich, il leghista Matteo Salvini annuncia che andrà la prossima settimana con gli iscritti all´associazione “Milano sicura”: «Speriamo che gli sgomberi in Bovisa siano solo l´inizio».

La Repubblica, 2 aprile 2008.

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Le donne Rom: “Stop ai figli”

A quindici anni sono già sposate e hanno dei figli. Alle soglie dei trenta contano famiglie anche di dieci elementi. Per le donne Rom crescere una prole numerosa è motivo di orgoglio e simbolo di potenza all´interno della comunità della Favorita che conta quattrocento persone. Una benedizione divina da accettare con gioia.

Ma i valori della loro cultura si scontrano con la vita quotidiana del campo nomadi, fatta di stenti e di espedienti per sopravvivere, oltre che con l´inevitabile necessità di ricercare l´integrazione.
Così, soprattutto fra le giovanissime, nate e cresciute in città, comincia a diffondersi la cultura della prevenzione della gravidanza. Una delle strutture sanitarie di riferimento per la comunità Rom è l´ambulatorio per gli immigrati dell´Ausl 6 in via Massimo D´Azeglio che oltre alle prestazioni nella struttura, offre un servizio “domiciliare”, due volte alla settimana, direttamente al campo della Favorita. «Lavoriamo molto con le donne Rom sulla cultura della prevenzione – dice Lorella Vassallo, dottoressa dell´ambulatorio di medicina generale – Sempre nel rispetto totale della loro cultura di origine. Certamente è in atto un processo di sensibilizzazione su questo tema e adesso sono le stesse donne della comunità a informarsi sui metodi contraccettivi e, piano piano, iniziano a utilizzarli. Vogliono avere figli e sono consapevoli delle loro gravidanze, ma sanno anche di potere intervenire per non averne. Certo, si tratta di un processo lento di cui vedremo frutti più significativi fra alcuni anni».
Loro, le Rom confermano: «Ho due bambini – dice una ragazza di venticinque anni proveniente dall´ex-Jugoslavia, al campo nomadi da dieci anni – Non ho intenzione di avere altri figli. Come farei a crescerli? Andrò all´ambulatorio a chiedere qualche consiglio».
Anche Irina che all´età di ventisette anni, aspetta il quinto figlio promette che sarà l´ultimo: «Avrei voluto un´altra vita per i miei bambini – dice la ragazza – E qui al campo non hanno speranze di avere un futuro. Così ho deciso che dopo questa nascita mi farò mettere la spirale e starò a posto per molti anni». E c´è anche chi adotterà una soluzione definitiva: «Questo che aspetto è l´ottavo – dice Samira che vive nella parte ortodossa del campo – Sono stanca, vado in giro tutto il giorno a chiedere l´elemosina per raccogliere pochi euro e dare da mangiare ai miei figli. Ho deciso di sottopormi a un intervento per chiudere le tube ed evitare future gravidanze».
Se fra le motivazioni quella più determinante rimane la mancanza di mezzi economici e l´impossibilità di crescere i figli in un contesto sano, inizia a farsi strada anche il desiderio di avvicinarsi alla cultura del territorio che le ospita: «È capitato – racconta la Vassallo – che qualche donna ci dicesse “voglio avere soltanto due figli come voi” Ma principalmente le donne che possono contare soltanto sull´elemosina e che hanno serie difficoltà a trovare un lavoro stabile, non sanno come sfamare tutta la famiglia». È il caso di Vera. sposata da due anni che ha in programma di non avere più di un paio di figli: «Non mi piace vivere così – dice – E non voglio crescere i miei figli al campo in queste condizioni. Ne metterò al mondo due perché non avere figli è troppo brutto. Poi però prenderò la pillola».
Il metodo contraccettivo più diffuso fra le donne Rom, rimane comunque l´applicazione dello Iud (Intra uterine device), comunemente noto come spirale, perché è più sicuro e non richiede la costanza e la disciplina di assunzione della pillola anticoncezionale: «È importante capire che tutto questo processo si basa su un rapporto di fiducia che si è costruito negli anni fra le pazienti e la struttura sanitaria – dice Anna Maria Maggio, medico dell´ambulatorio – Oggi le donne Rom si rivolgono a noi con grande apertura e da parte nostra c´è la disponibilità ad ascoltare le loro esigenze e a comprendere la loro diversità culturale».
Il consultorio familiare che si trova nella stessa struttura di via D´Azeglio, nel corso del tempo, ha visto evolversi questo processo: «Qualcosa sta cambiando – dice Gabriella Ferruzza, medico del consultorio familiare – Cinque anni fa le donne Rom che si facevano applicare la spirale tornavano dopo un mese perché volevano toglierla. Oggi la tengono per il periodo previsto di cinque anni. Sono soprattutto le più giovani che hanno già avuto qualche figlio a decidere di intervenire sulle future gravidanze. Nella comunità sta crescendo la consapevolezza di una vita sessuale più responsabile, e in riferimento alla donna, si inizia a delineare una sessualità più libera e autonoma anche rispetto al ruolo dell´uomo. Si tratta di un processo culturale importante, ma ancora agli inizi. Anche l´interruzione volontaria della gravidanza che era considerata assolutamente un tabù fino a poco tempo fa, in alcuni casi oggi viene richiesta dalle donne Rom soprattutto per motivi socio-(02 aprile 2008)
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economici o perché è passato poco tempo da una gravidanza precedente».

Claudia Brunetto su La Repubblica-Palermo, 2 aprile 2008.

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