Archivi categoria: Persecuzione

Rom, l’Europa contro l’Italia, “Ignorati i diritti umani”

STRASBURGO – “Le misure attuate in Italia non tengono conto dei diritti umani e dei principi umanitari e potrebbero fomentare altri episodi xenofobi”. E’ durissimo il giudizio espresso da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, in occasione della diffusione del suo rapporto sulla visita compiuta in Italia il 19 e 20 giugno scorsi per discutere della nuova politica italiana in materia di immigrazione e della situazione dei nomadi. Continua a leggere

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Le impronte dei bimbi rom e il silenzio della Chiesa

di Francesco Merlo

A Maroni vorremmo suggerire di prendere le impronte delle mani (e dei piedi) ai neonati cinesi di Milano, che sono già, notoriamente, tutti ladri di identità. Inoltre, per coerenza, potrebbe impartire l’ordine di misurare la lunghezza degli arti ai bimbi di Corleone che crescono (si fa per dire) con il ‘criminal profiling’ di Totò u curtu. Ed è inutile spiegare a un pietoso uomo d’ingegno come il nostro ministro degli Interni che i minori dell’agro nocerino sarnese e della piana del Sele andrebbero – per proteggerli, badate bene! – sottratti alla patria potestà e affidati alla Dia o, in subordine, allo scrittore Roberto Saviano. E contro il bullismo nelle scuole cosa ci sarebbe di meglio che prendere le impronte, al momento dell’iscrizione, anche ai genitori che sono sempre un po’ complici? Continua a leggere

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Schedatura etnica

Sucar Drom pubblica una lettera di Giorgio Bezzecchi, un rom milanese del campo di via Impastato, figlio e nipote di persone internate nei campi di concentramento. Come tutti gli appartenenti alla sua comunità, Bezzecchi è stato sottoposto ad un umiliante, inutile, assurdo ed incivile procedimento di schedatura, attuato dal prefetto con i nuovi poteri forniti dal Governo, e svoltosi nel silenzio assordante della cosiddetta società civile.

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Siamo ai pogrom

Tre donne rom, a Lecco, cercano di rubare una bambina dal passeggino della madre. La donna reagisce con un calcio, porta in salvo il bimbo e chiama la Questura, che prontamente individua le tre malnate. Due di loro vengono condannate in tempi rapidissimi a otto mesi e dieci giorni con l’accusa di tentata sottrazione di minore – non, straramente, di sequestro di persona.

E’ il 5 febbraio del 2005.

Come sono andate realmente le cose? Ci sono tre donne, ricostruisce Miguel Martinez, che nel centro di Lecco stanno chiedendo l’elemosina; “in una stradina, si avvicinano a una signora che porta a spasso la sua bambina in giro in un passeggino. Non la sfiorano nemmeno, ma quando le vede, la signora, colta dal panico, fugge, anzi – secondo alcuni giornali ‘reagisce a calci’”. Non è difficile credere a questa versione. Immaginiamo degli italiani al posto del rom. Tentano di rapire un bambino, la madre se ne accorge e li aggredisce: va male. Che fanno? Scappano, si rendono irreperibili. I rom invece no: vanno a mangiare alla mensa della Caritas. Ora, sarà che questi rom sono strani, ma non così strani. Tutta l’accusa è fondata sulla testimonianza della madre. La parola di una donna italiana contro la parola di tre rom rumene. Le quali, però, non parlando italiano, non hanno parola.

Isola delle Femmine, 30 luglio 2007. Un bambino sta giocando sulla spiaggia. Una rom si avvicina, gli parla e lo nasconde sotto la gonna, cercando poi di dileguarsi. Una bagnante vede la scena e urla. La donna viene presa dai carabinieri, che la sottraggono a un probabile linciaggio. La Repubblica intervista i bagnanti: “Non è tollerabile che sulla spiaggia, cioè dove i nostri bambini si dovrebbero diverture, si nascondano pericoli così gravi. Ci sentiamo minacciati. Vogliamo sicurezza, vogliamo poter essere tranquilli almeno quando andiamo al mare”, dice uno di loro.

A Maria Feraru, l’improbabile rapitrice di Isola delle Femmine, va meglio che alle tre donne di Lecco. La donna che con le sue urla aveva dato l’allarme ha uno scatto di onestà ed ammette di aver travisato le cose. “Quando ho visto quella donna zingara davanti al piccolo mi sono impaurita, riconosco di essere condizionata da pregiudizi contro gli zingari”. Dunque: la donna ha visto solo un bimbo più una zingara. Ed ha fatto una operazione mentale semplice semplice. Zingara più bambino uguale rapimento. Due più due fa quattro.

Napoli, 11 maggio 2008. Una ragazzina rom entra in una abitazione e tenta di rapire un bambino. La madre la scopre mentre tenta di fuggire. Il nonno la blocca. Il quartiere tenta di linciarla. Dopo l’episodio di Isola delle Femmine ci si aspetta qualche prudenza da parte dei giornalisti, e invece niente. I giornalisti danno per acquisita la versione della madre della ragazza, intervistano gli abitanti, testimoniano il disagio e l’insofferenza. Alimentano il razzismo.

Contro i rom scatta il pogrom. Che, nella narrazione dei giornalisti, diventa nulla più che la reazione comprensibile di una comunità esasperata. Anche quando compaiono le molotov, anche quando compaiono le spranghe. Gli assalitori si lasciano tranquillamente fotografare. Sono loro gli eroi del momento.

I giornalisti, che non hanno memoria, hanno già dimenticato Livorno.
Livorno, 11 agosto 2007. Quattro bambini rom muoiono nell’incendio della loro baracca. I genitori vengono arrestati. Si scatena la solita canea politica. Storace attacca l’allora ministro Ferrero perché “non spende una sola parola di condanna per un padre e una madre che lasciano bruciare vivi i loro figli in un campo rom”. Già, un padre e una madre che lasciano bruciare i figli. La loro versione è diversa. Dicono che qualcuno ha gettato una bottiglia incendiaria contro la loro baracca. Qualcuno che hanno inseguito. Il procuratore Antonio Giaconi è sicuro invece che le cose non siano andate così. Quelli che si sono allontanati erano i genitori. I quali, quindi, avrebbero dato fuoro alla baracca con i figli dentro e si sarebbero allontanati per goversi lo spettacolo da lontano. Ipotesi assurda se si trattasse di italiani, ma si sa che i rom sono persone strane, che hanno modi singolari di passare il tempo.

A Livorno l’11 agosto del 2007 quattro bambini rom sono stati uccisi nel rogo della loro baracca, causato da un attentato a sfondo razziale. Oggi, a meno di un anno da quell’evento terribile, i mass media, i politici, la brava gente assiste senza un moto di indignazione al lancio di bottiglie molotov contro i campi rom.

L’Italia del 2008 assomiglia sempre più alla Orléans sul finire degli anni Sessanta.

(Vedi anche quel che dice Catalepton.)

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Raso al suolo il campo rom

Le critiche della diocesi “Si è scesi sotto i limiti dei diritti umani: sì alla legalità ma anche all´assistenza”

di Alessia Gallone

Alla fine il campo rom di via Bovisasca non c´è più: oltre 150 baracche distrutte e gli ultimi rimasti, una sessantina tra uomini, donne e bambini, allontanati da vigili, poliziotti e carabinieri, in tutto un centinaio. «Uno sgombero elettorale», accusa il segretario della Cgil, Onorio Rosati, che insieme ad altre associazioni come Caritas, Arci, Acli e Casa della Carità rinuncia all´incontro fissato proprio ieri pomeriggio in prefettura per affrontare il problema e chiede un altro vertice «per discutere della situazione dell´intera Provincia e di soluzioni strutturali».

Ma la reazione più dura arriva dalla Curia, che ammonisce: «Gli sgomberi non sono la soluzione. La legalità è sacrosanta ma l´impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?». Parole forti, quelle dell´editoriale pubblicato sul sito della Diocesi. Articolo non firmato, ma sicuramente sottoposto al vaglio del cardinale Dionigi Tettamanzi e discusso col direttore di Caritas, don Roberto Davanzo, e don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità. Dalla Curia un appello: «È urgente la costituzione di un luogo istituzionale per governare il problema. Per le amministrazioni è obbligatorio tutelare i minori». Fino all´augurio: «Che il clamore e i festeggiamenti per l´Expo non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là i drammi di questa città».

Per il prefetto Gian Valerio Lombardi quello di via Bovisasca «non è stato uno sgombero vero e proprio, ma un´operazione graduale con una forte opera di sensibilizzazione della polizia per cercare di convincere nel tempo queste persone a lasciare un´area non salutare». Alla Curia replica il vicesindaco Riccardo De Corato che, per risolvere la situazione, chiede rimpatri coatti selettivi con pene di 10 anni da scontare nelle carceri del proprio Paese: «Non c´è stata alcuna violazione dei diritti umani. Perché dobbiamo pensare ad alternative per chi occupa abusivamente un´area? E perché dovrebbe farlo solo il Comune quando ci sono altre istituzioni pubbliche che hanno risorse e immobili da mettere a disposizione? Non è stato uno sgombero, ma un allontanamento perché in quel caso avremmo dovuto accogliere donne e bambini e non abbiamo più posti».

Poche ore dopo via Bovisasca, ci sono stati altri “allontanamenti”: in via Colico e in via Porretta, a Quarto Oggiaro, dove sono state demolite altre 30 baracche, molte delle quali appena ricostruite, e 130 persone sono state mandate via. «Magari le ritroveremo in via Dudovich – dice De Corato – dove c´è un altro grosso campo. Anche di questo dovremo parlare nella riunione sulla sicurezza in prefettura». E proprio in via Dudovich, il leghista Matteo Salvini annuncia che andrà la prossima settimana con gli iscritti all´associazione “Milano sicura”: «Speriamo che gli sgomberi in Bovisa siano solo l´inizio».

La Repubblica, 2 aprile 2008.

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