Nomadi, la parlamentare Rom, “Attenta Italia, c’è un brutto clima”

di Claudia Fusani

ROMA – “Attenzione, c’è un bruttissimo clima. Ricordiamoci cosa è successo negli anni trenta in Europa. La mia relazione al Parlamento europeo su quello che ho visto in Italia racconterà di questo clima. E sarà molto dura”. Trentatré anni, minuta, faccia da gitana è proprio il caso di dire, sguardo intenso, anche un po’ triste. Si chiama Viktoria Mohacsi, è rom di origine ungherese e dal 2004 è eurodeputato dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (Eldr). Da quattro anni, con un’altra eurodeputata di origine rom però rumena, ha l’incarico di monitorare le condizioni di vita dei 150 mila gipsy che vivono in Europa. E’ la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che è troppo facile e altrettanto sbagliato dire rom quindi zingaro quindi criminale. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in Informazione

Siamo ai pogrom

Tre donne rom, a Lecco, cercano di rubare una bambina dal passeggino della madre. La donna reagisce con un calcio, porta in salvo il bimbo e chiama la Questura, che prontamente individua le tre malnate. Due di loro vengono condannate in tempi rapidissimi a otto mesi e dieci giorni con l’accusa di tentata sottrazione di minore – non, straramente, di sequestro di persona.

E’ il 5 febbraio del 2005.

Come sono andate realmente le cose? Ci sono tre donne, ricostruisce Miguel Martinez, che nel centro di Lecco stanno chiedendo l’elemosina; “in una stradina, si avvicinano a una signora che porta a spasso la sua bambina in giro in un passeggino. Non la sfiorano nemmeno, ma quando le vede, la signora, colta dal panico, fugge, anzi – secondo alcuni giornali ‘reagisce a calci’”. Non è difficile credere a questa versione. Immaginiamo degli italiani al posto del rom. Tentano di rapire un bambino, la madre se ne accorge e li aggredisce: va male. Che fanno? Scappano, si rendono irreperibili. I rom invece no: vanno a mangiare alla mensa della Caritas. Ora, sarà che questi rom sono strani, ma non così strani. Tutta l’accusa è fondata sulla testimonianza della madre. La parola di una donna italiana contro la parola di tre rom rumene. Le quali, però, non parlando italiano, non hanno parola.

Isola delle Femmine, 30 luglio 2007. Un bambino sta giocando sulla spiaggia. Una rom si avvicina, gli parla e lo nasconde sotto la gonna, cercando poi di dileguarsi. Una bagnante vede la scena e urla. La donna viene presa dai carabinieri, che la sottraggono a un probabile linciaggio. La Repubblica intervista i bagnanti: “Non è tollerabile che sulla spiaggia, cioè dove i nostri bambini si dovrebbero diverture, si nascondano pericoli così gravi. Ci sentiamo minacciati. Vogliamo sicurezza, vogliamo poter essere tranquilli almeno quando andiamo al mare”, dice uno di loro.

A Maria Feraru, l’improbabile rapitrice di Isola delle Femmine, va meglio che alle tre donne di Lecco. La donna che con le sue urla aveva dato l’allarme ha uno scatto di onestà ed ammette di aver travisato le cose. “Quando ho visto quella donna zingara davanti al piccolo mi sono impaurita, riconosco di essere condizionata da pregiudizi contro gli zingari”. Dunque: la donna ha visto solo un bimbo più una zingara. Ed ha fatto una operazione mentale semplice semplice. Zingara più bambino uguale rapimento. Due più due fa quattro.

Napoli, 11 maggio 2008. Una ragazzina rom entra in una abitazione e tenta di rapire un bambino. La madre la scopre mentre tenta di fuggire. Il nonno la blocca. Il quartiere tenta di linciarla. Dopo l’episodio di Isola delle Femmine ci si aspetta qualche prudenza da parte dei giornalisti, e invece niente. I giornalisti danno per acquisita la versione della madre della ragazza, intervistano gli abitanti, testimoniano il disagio e l’insofferenza. Alimentano il razzismo.

Contro i rom scatta il pogrom. Che, nella narrazione dei giornalisti, diventa nulla più che la reazione comprensibile di una comunità esasperata. Anche quando compaiono le molotov, anche quando compaiono le spranghe. Gli assalitori si lasciano tranquillamente fotografare. Sono loro gli eroi del momento.

I giornalisti, che non hanno memoria, hanno già dimenticato Livorno.
Livorno, 11 agosto 2007. Quattro bambini rom muoiono nell’incendio della loro baracca. I genitori vengono arrestati. Si scatena la solita canea politica. Storace attacca l’allora ministro Ferrero perché “non spende una sola parola di condanna per un padre e una madre che lasciano bruciare vivi i loro figli in un campo rom”. Già, un padre e una madre che lasciano bruciare i figli. La loro versione è diversa. Dicono che qualcuno ha gettato una bottiglia incendiaria contro la loro baracca. Qualcuno che hanno inseguito. Il procuratore Antonio Giaconi è sicuro invece che le cose non siano andate così. Quelli che si sono allontanati erano i genitori. I quali, quindi, avrebbero dato fuoro alla baracca con i figli dentro e si sarebbero allontanati per goversi lo spettacolo da lontano. Ipotesi assurda se si trattasse di italiani, ma si sa che i rom sono persone strane, che hanno modi singolari di passare il tempo.

A Livorno l’11 agosto del 2007 quattro bambini rom sono stati uccisi nel rogo della loro baracca, causato da un attentato a sfondo razziale. Oggi, a meno di un anno da quell’evento terribile, i mass media, i politici, la brava gente assiste senza un moto di indignazione al lancio di bottiglie molotov contro i campi rom.

L’Italia del 2008 assomiglia sempre più alla Orléans sul finire degli anni Sessanta.

(Vedi anche quel che dice Catalepton.)

1 Commento

Archiviato in Persecuzione, Pregiudizio

Sedicenne rom ruba e rischia il linciaggio

Un episodio di cronaca in cui risalta la sproporzione tra il reato e la punizione: un tentato linciaggio di una ragazzina di soli sedici anni, per il furto di un paio di orecchini. Un episodio che è frutto del clima di odio razziale nei confronti dei Rom che sta montando da qualche mese, al quale la campagna elettorale ha dato un contributo non trascurabile. [a. v.]

IL FURTO di un paio di orecchini scatena la rabbia della vittima e dei vicini. La piccola ladra viene bloccata, insultata, trattenuta dalla gente che non la fa scappare. Rischia il linciaggio. Esasperazione, forse una vena di razzismo contro i nomadi. Perché la ragazzina di sedici anni è una rom che si è appena intrufolata in un appartamento per rubare. Poco dopo diventa lei la vittima della folla, mentre le grida e gli insulti attirano l’ attenzione di alcuni poliziotti che la salvano dalle botte per poi arrestarla. è successo in via Viscardi a Ponticelli. La ragazzina rom era entrata in un appartamento al piano terra per rubare convinta che non ci fosse nessuno. Invece la padrona di casa era in un’ altra stanza, e all’ improvviso le è piombata alle spalle, quando la nomade aveva già afferrato un paio di orecchini d’ oro. La sedicenne è quindi scappata, ma la vittima del furto l’ ha rincorsa invocando aiuto. E in breve i vicini hanno capito cosa stava accadendo e hanno bloccato la giovane insultandola e strattonandola. Una situazione destinata a degenerare e placata dagli agenti del vice questore Luciano Nigro, che hanno recuperato gli orecchini per restituirli alla proprietaria. Quindi hanno condotto la nomade in un centro di prima accoglienza.

Repubblica — 25 aprile 2008 pagina 9 sezione: Napoli

2 commenti

Archiviato in Notizie e segnalazioni

Nella ricerca sull’ immigrazione ‘censurato’ il fascicolo sui rom

La ricerca sui rom e sinti è stata rinviata. Doveva essere pubblicata assieme agli altri quattro volumi presentati ieri dall’ Ismu, ma è rimandata a data da destinarsi. Ufficialmente perché «non è finita, manca un capitolo» dice il presidente dell’ Ismu Vincenzo Cesareo. Ma c’ è il dubbio che, visto il clima di questi ultimi mesi e il contenuto non proprio a favore delle politiche comunali sui campi rom, il lavoro sia stato volutamente fermato. Per Maurizio Pagani, dell’ Opera nomadi, si tratta di «censura». Il volume raccoglie uno studio qualitativo sulla situazione di sei campi rom di Milano e provincia, regolari e irregolari, tra cui quello di via San Dionigi sgomberato dal Comune nel 2007. Un’ indagine svolta da un gruppo di ricercatori coordinati da Maurizio Ambrosini, docente all’ università Statale, con interviste agli abitanti degli insediamenti, raccolta di articoli di giornale, fotografie e analisi delle associazioni che operano sul territorio. «Una fotografia super partes che prende le distanze dalle polemiche politiche cercando di approfondire dinamiche e processi del fenomeno – spiega Ambrosini – ma che mette in luce come le politiche del Comune siano state talvolta fallimentari. A partire dallo sgombero di San Dionigi che ha mandato a scatafascio tutto il lavoro che si stava facendo per l’ integrazione». Alla Regione non è andata giù, tanto da bloccare la pubblicazione chiedendo un capitolo integrativo con il punto di vista delle istituzioni. «La ricerca non era completa, non strumentalizziamo questo ritardo» taglia corto Cesareo. Ma l’ Opera nomadi attacca: «L’ anno scorso il primo volume sui rom è uscito con gli altri. è chiaro che è stato bloccato perché inopportuno. Ma così si mette in discussione la libertà di ricerca». – (t. m.)

Repubblica — 17 aprile 2008 pagina 3 sezione: Milano

Lascia un commento

Archiviato in Notizie e segnalazioni

Raso al suolo il campo rom

Le critiche della diocesi “Si è scesi sotto i limiti dei diritti umani: sì alla legalità ma anche all´assistenza”

di Alessia Gallone

Alla fine il campo rom di via Bovisasca non c´è più: oltre 150 baracche distrutte e gli ultimi rimasti, una sessantina tra uomini, donne e bambini, allontanati da vigili, poliziotti e carabinieri, in tutto un centinaio. «Uno sgombero elettorale», accusa il segretario della Cgil, Onorio Rosati, che insieme ad altre associazioni come Caritas, Arci, Acli e Casa della Carità rinuncia all´incontro fissato proprio ieri pomeriggio in prefettura per affrontare il problema e chiede un altro vertice «per discutere della situazione dell´intera Provincia e di soluzioni strutturali».

Ma la reazione più dura arriva dalla Curia, che ammonisce: «Gli sgomberi non sono la soluzione. La legalità è sacrosanta ma l´impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?». Parole forti, quelle dell´editoriale pubblicato sul sito della Diocesi. Articolo non firmato, ma sicuramente sottoposto al vaglio del cardinale Dionigi Tettamanzi e discusso col direttore di Caritas, don Roberto Davanzo, e don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità. Dalla Curia un appello: «È urgente la costituzione di un luogo istituzionale per governare il problema. Per le amministrazioni è obbligatorio tutelare i minori». Fino all´augurio: «Che il clamore e i festeggiamenti per l´Expo non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là i drammi di questa città».

Per il prefetto Gian Valerio Lombardi quello di via Bovisasca «non è stato uno sgombero vero e proprio, ma un´operazione graduale con una forte opera di sensibilizzazione della polizia per cercare di convincere nel tempo queste persone a lasciare un´area non salutare». Alla Curia replica il vicesindaco Riccardo De Corato che, per risolvere la situazione, chiede rimpatri coatti selettivi con pene di 10 anni da scontare nelle carceri del proprio Paese: «Non c´è stata alcuna violazione dei diritti umani. Perché dobbiamo pensare ad alternative per chi occupa abusivamente un´area? E perché dovrebbe farlo solo il Comune quando ci sono altre istituzioni pubbliche che hanno risorse e immobili da mettere a disposizione? Non è stato uno sgombero, ma un allontanamento perché in quel caso avremmo dovuto accogliere donne e bambini e non abbiamo più posti».

Poche ore dopo via Bovisasca, ci sono stati altri “allontanamenti”: in via Colico e in via Porretta, a Quarto Oggiaro, dove sono state demolite altre 30 baracche, molte delle quali appena ricostruite, e 130 persone sono state mandate via. «Magari le ritroveremo in via Dudovich – dice De Corato – dove c´è un altro grosso campo. Anche di questo dovremo parlare nella riunione sulla sicurezza in prefettura». E proprio in via Dudovich, il leghista Matteo Salvini annuncia che andrà la prossima settimana con gli iscritti all´associazione “Milano sicura”: «Speriamo che gli sgomberi in Bovisa siano solo l´inizio».

La Repubblica, 2 aprile 2008.

Lascia un commento

Archiviato in Notizie e segnalazioni, Persecuzione

Le donne Rom: “Stop ai figli”

A quindici anni sono già sposate e hanno dei figli. Alle soglie dei trenta contano famiglie anche di dieci elementi. Per le donne Rom crescere una prole numerosa è motivo di orgoglio e simbolo di potenza all´interno della comunità della Favorita che conta quattrocento persone. Una benedizione divina da accettare con gioia.

Ma i valori della loro cultura si scontrano con la vita quotidiana del campo nomadi, fatta di stenti e di espedienti per sopravvivere, oltre che con l´inevitabile necessità di ricercare l´integrazione.
Così, soprattutto fra le giovanissime, nate e cresciute in città, comincia a diffondersi la cultura della prevenzione della gravidanza. Una delle strutture sanitarie di riferimento per la comunità Rom è l´ambulatorio per gli immigrati dell´Ausl 6 in via Massimo D´Azeglio che oltre alle prestazioni nella struttura, offre un servizio “domiciliare”, due volte alla settimana, direttamente al campo della Favorita. «Lavoriamo molto con le donne Rom sulla cultura della prevenzione – dice Lorella Vassallo, dottoressa dell´ambulatorio di medicina generale – Sempre nel rispetto totale della loro cultura di origine. Certamente è in atto un processo di sensibilizzazione su questo tema e adesso sono le stesse donne della comunità a informarsi sui metodi contraccettivi e, piano piano, iniziano a utilizzarli. Vogliono avere figli e sono consapevoli delle loro gravidanze, ma sanno anche di potere intervenire per non averne. Certo, si tratta di un processo lento di cui vedremo frutti più significativi fra alcuni anni».
Loro, le Rom confermano: «Ho due bambini – dice una ragazza di venticinque anni proveniente dall´ex-Jugoslavia, al campo nomadi da dieci anni – Non ho intenzione di avere altri figli. Come farei a crescerli? Andrò all´ambulatorio a chiedere qualche consiglio».
Anche Irina che all´età di ventisette anni, aspetta il quinto figlio promette che sarà l´ultimo: «Avrei voluto un´altra vita per i miei bambini – dice la ragazza – E qui al campo non hanno speranze di avere un futuro. Così ho deciso che dopo questa nascita mi farò mettere la spirale e starò a posto per molti anni». E c´è anche chi adotterà una soluzione definitiva: «Questo che aspetto è l´ottavo – dice Samira che vive nella parte ortodossa del campo – Sono stanca, vado in giro tutto il giorno a chiedere l´elemosina per raccogliere pochi euro e dare da mangiare ai miei figli. Ho deciso di sottopormi a un intervento per chiudere le tube ed evitare future gravidanze».
Se fra le motivazioni quella più determinante rimane la mancanza di mezzi economici e l´impossibilità di crescere i figli in un contesto sano, inizia a farsi strada anche il desiderio di avvicinarsi alla cultura del territorio che le ospita: «È capitato – racconta la Vassallo – che qualche donna ci dicesse “voglio avere soltanto due figli come voi” Ma principalmente le donne che possono contare soltanto sull´elemosina e che hanno serie difficoltà a trovare un lavoro stabile, non sanno come sfamare tutta la famiglia». È il caso di Vera. sposata da due anni che ha in programma di non avere più di un paio di figli: «Non mi piace vivere così – dice – E non voglio crescere i miei figli al campo in queste condizioni. Ne metterò al mondo due perché non avere figli è troppo brutto. Poi però prenderò la pillola».
Il metodo contraccettivo più diffuso fra le donne Rom, rimane comunque l´applicazione dello Iud (Intra uterine device), comunemente noto come spirale, perché è più sicuro e non richiede la costanza e la disciplina di assunzione della pillola anticoncezionale: «È importante capire che tutto questo processo si basa su un rapporto di fiducia che si è costruito negli anni fra le pazienti e la struttura sanitaria – dice Anna Maria Maggio, medico dell´ambulatorio – Oggi le donne Rom si rivolgono a noi con grande apertura e da parte nostra c´è la disponibilità ad ascoltare le loro esigenze e a comprendere la loro diversità culturale».
Il consultorio familiare che si trova nella stessa struttura di via D´Azeglio, nel corso del tempo, ha visto evolversi questo processo: «Qualcosa sta cambiando – dice Gabriella Ferruzza, medico del consultorio familiare – Cinque anni fa le donne Rom che si facevano applicare la spirale tornavano dopo un mese perché volevano toglierla. Oggi la tengono per il periodo previsto di cinque anni. Sono soprattutto le più giovani che hanno già avuto qualche figlio a decidere di intervenire sulle future gravidanze. Nella comunità sta crescendo la consapevolezza di una vita sessuale più responsabile, e in riferimento alla donna, si inizia a delineare una sessualità più libera e autonoma anche rispetto al ruolo dell´uomo. Si tratta di un processo culturale importante, ma ancora agli inizi. Anche l´interruzione volontaria della gravidanza che era considerata assolutamente un tabù fino a poco tempo fa, in alcuni casi oggi viene richiesta dalle donne Rom soprattutto per motivi socio-(02 aprile 2008)
Torna indietro
economici o perché è passato poco tempo da una gravidanza precedente».

Claudia Brunetto su La Repubblica-Palermo, 2 aprile 2008.

Lascia un commento

Archiviato in Notizie e segnalazioni

Aspetti della cultura rom

Quale che sia il loro etnonimo, le comunità rom hanno una cosa in comune: il concepirsi in contrapposizione a coloro che non sono rom. Gagé è il termine che indica tutti i non Rom. Nella visione del mondo dei Rom, esistono due universi, quello dei Rom (them romanò, mondo dei Rom) e quello dei gagé. Due mondi nettamente contrapposti, che tuttavia sono costantemente a contatto. I Rom vivono negli spazi lasciati liberi dai gagé, si accampano nelle periferie, ai margini dell’abitato, nelle terre di nessuno, e tuttavia devono frequentare i centri abitati per lavorare, mendicare, vendere. Il piccolo mondo rom è inglobato nel più vasto e solido mondo dei gagé, che spesso lo travolge. I Rom reagiscono con una serie di pratiche di resistenza ed adattamento. Tra queste, quella che l’antropologo Leonardo Piasere chiama degagizzazione: i Rom fanno propri cose che appartengono alla cultura dei gagé, ma non senza averle opportunamente modificate, rendendole compatibili con lo spirito rom. Così, ad esempio, le case, quando vengono acquistate, non soppiantano la roulotte, che resta il luogo nel quale si dorme; la roulotte stessa viene modificata, eliminando il bagno interno. Continua a leggere

19 commenti

Archiviato in Antropologia